Oggi sono stato involontario testimone di un incidente stradale. Il mio.
Me ne vado tranquillo sulla corsia riservata agli scouter apprestandomi a passare un incrocio col semaforo verde. Improvvisamente dalla corsia affianco, sulla sinistra, separata con uno spartitraffico dalla corsia degli scouter, un van decide di svoltare a destra, non avendone il diritto, incurante del mio arrivo. L’impatto è inevitabile. Io volo, lo scouter anche, il van si ferma nel bel mezzo dell’incrocio. Per fortuna nessuna conseguenza, ho il casco.
Abituato alle normali procedure, mi rialzo e inizio a imprecare (in cinese, secondo le tradizioni locali). Non ho la più pallida idea di ciò che potrà accadere. Lo scouter non è mio per questioni legate al visto e non ho la patente di guida internazionale. Non capisco cosa dice la gente, e mi sento anche un po stordito.
Già mi vedo scaraventato nel mezzo di questioni legali e burocratiche con una minima possibilità di difesa. In fondo sono una specie di immigrato irregolare.
Cerco di riordinare le idee e in meno di 5 minuti arriva una macchina della polizia; scende un agente con una rotella per le misurazioni e una macchina fotografica. La chiamata è avvenuta via radio, dall’addetto alla direzione del traffico che aveva assistito alla scena. Non più di 10 minuti ed è tutto fatto: segnalazione, misurazione, fotografie; il traffico riprende regolare e vengo accompaganto alla stazione di polizia più vicina insieme al conducente del van.
Efficienti all’estremo.
In me scatta l’istinto naturale di sopravvivenza: decido di parlare solo italiano e un po, ma solo un po, inglese. Centellino le informazioni da dare alla polizia. Riuscirò a nascondere che stavo guidando uno scooter non mio e per di più senza patente riconosciuta? In fondo la colpa è dell’altro, basterà?
Mi chiedono un interprete. Decido di chiamare il mio capo; è simpatico, gentile, mi ha sempre aiutato ed è al corrente della situazione. Al telefono spiego tutto. Mi dice di stare tranquillo, penserà a tutto lui.
Dopo mezz’ora si presenta alla polizia un assistente speciale del presidente dell’azienda per cui lavoro, con la segretaria. Poche parole, sa già tutto. Addocchia il capo della centrale, lo prende da parte, parlottano qualche istante. Intanto la segretaria inizia a compilare qualche verbale. Nel frattempo arriva anche il capo del conducente del van. I due vanno in un ufficio a parte, prendono un tè insieme. Il capo della polizia si avvicina alla segretaria e le sussurra qualcosa all’orecchio, senza farsi notare. Io vengo accompaganto a controllare i danni allo scouter; niente di grave, graffi alla carena e la ruota anteriore un po storta.
Rientro alla centrale, tutto a posto. Mentre mi viene consegnata una copia del verbale, uno dei passeggeri del van accenna a una timida protesta. Il poliziotto lo zittisce subito, bruscamente. Esco sollevato, non mi hanno fatto nessuna domanda, non mi hanno chiesto nessun documento eccetto la carta di identità, nessun problema. Non ho la più pallida idea di cosa sia accaduto ma è tutto a posto. Posso rientrare al lavoro senza problemi. Storia finita. Vengo anche a sapere che il conducente si è offerto di pagare i danni. Sono stupito.
Più tardi cerco di avere più dettagli, cerco di capire. Mi dicono che l’assitente del presidente della mia azienda ha diversi amici. Uno di questi è il comandante della stazione di polizia. Prima di arrivare alla centrale si erano sentiti al telefono; il comandante a sua volta aveva telefonato al funzionario di polizia. Inizio a capire. Vengo poi a sapere che neanche il conducente del van aveva la patente. Non gliela avevano rinnovata l’ultima volta, troppo vecchio. Adesso mi è chiaro anche l’incontro per un tè tra i due capi delle aziende. E capisco perchè quando dico che sono italiano tutti mi parlano di un famoso film di Francis Ford Coppola, “Il padrino”.
Efficienti e mafiosi. All’estremo.














