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Il bar della rabbia – Alessandro Mannarino

“Un giovane ragazzo di Roma dopo aver assistito ad un concerto all’alba al Pincio si è licenziato e ha iniziato a peggiorare la qualità della sua vita per cominciare a scrivere canzoni”.

Sono queste le parole con le quali Vinicio Capossela ha introdotto al pubblico del premio Tenco 2009 l’emergente cantautore italiano Alessandro Mannarino.

Nasce a Roma nel 1979 ed inizia la sua attività artistica a partire dal 2001, quando si esibisce in strane session a cavallo tra il djing e i live acustici. Nel 2006 da’ vita alla “Kampina” una band formata da 5 elementi: trombone, basso, fisarmonica, batteria, violino e chitarra, con cui si esibisce nei maggiori club e locali della capitale. Si esibisce durante il “Festival Jazz” di Roma, come unico ospite italiano all’interno della sezione Off del festival “Castel dei Mondi”. Mannarino è inoltre stato ospite della trasmissione radiofonica “Viva Radio2“ e ha suonato nel carcere di “Regina Coeli”. Negli ultimi mesi si è esibito sul palco del Teatro Ambra Jovinelli di Roma nello spettacolo “Agostino” ed ha suonato nella trasmissione televisiva “Parla con me” di Serena Dandini. A febbraio 2009 è stato ospite della trasmissione radiofonica “Vasco de Gama” su Radio 2 condotta da David Riondino e Dario Vergassola per cui ha composto la nuova sigla. Il 20 marzo 2009 è uscito il suo primo cd “Bar della rabbia”. Ha suonato sul palco del Primo Maggio 2009 in piazza S. Giovanni in Laterano a Roma.

Da un rapido sguardo alla biografia si evince che il giovane Mannarino di strada ne sta facendo e sembra nella direzione giusta; testimonianza concreta è il suo primo album “il bar della rabbia”. Gli ingredienti di questo piatto ancora fumante sono una fanfara, “sgangherata” come si dice nell’introduzione, una fisarmonica, due chitarre, un ritmo accattivante, prima con le sembianze di una rumba, poi di un mambo, passando per le trascinanti atmosfere gitane e quelle calde e vitali della taranta; il tutto è condito sapientemente da una voce fresca, spesso sporcata di “romanesco” che conferisce all’insieme il giusto brio e la dovuta piccantezza.

Il bar della rabbia racconta storie di una Roma vissuta dalla strada, storie di chi è di passaggio e di chi dalla strada ormai non si toglierà più.

Nell’introduzione, la voce di Cristina Pellegrino accompagnata da un duetto di tromboni, ci rivela, con una vera e propria dedicatio, che l’opera è rivolta agli “esiliati dal mondo delle favole” e non fa segreto dell’audace intento di voler scacciare “la tarantola della disperazione”. Capossela è sicuramente presente nel bagaglio culturale di Mannarino che addirittura lo definisce il suo mentore ed è altresì chiaro che viene elevato ad esempio, ma il timore che il giovane sia solo una copia del “maestro” scema man mano si progredisce con l’ascolto dei brani.

“Me so’mbriacato” è la prima canzone, il ritmo solare conquista il pubblico e lo intriga all’ascolto dei pezzi che seguono; parla di un amore poetico e carnale allo stesso tempo ed il ritornello, grazie alla sapiente scelta delle parole, con le giuste allitterazioni della “b” e della “d”, sembra trascinare su un vascello cullato da un vento sinuoso, sensazione simile a quella provata in balia del sortilegio di cupido.

“Svegliatevi italiani” è una rumba che fa da monito ad un a nazione (o al mondo intero?) che sta perdendo di vista le cose importanti per far sempre più spazio alle cose “pesanti” in particolare i soldi, che rischiano di offuscare l’importanza di quelle “leggere” come la poesia che ormai si è “persa nel vento”.

“Elisir d’amor” è un mambo che torna a far battere il piede, sembra la storia di un venditore ambulante che urla al grande pubblico le prodezze della sua pozione e pur di venderlo è disposto anche a dichiarare che è “capace di curare tutte le ombre del cuore”: è una canzonatura della pubblicità moderna che sempre più decide di lavorare su emozioni e sentimenti, “cumpra”!

“Le cose perdute” è una strampalata, ma non troppo, raccolta di strane situazioni “Sulle briciole della tovaglia i Re Magi mangiavano a scrocco / un prete convinto dallo scirocco ripensò a quello che aveva fatto / e trovandosi sotto il giudizio né di un dio né di un tribunale / disse vino al vino pane al pane era meglio andare a puttane”, testimonianza del fatto che ogni scelta che si compie, comporta il più delle volte ripensamenti, pentimenti, dubbi: “comunisti pieni di baffi… chi strinse i denti, chi i pugni chi il rosario prima di morire”.

“Il bar della rabbia” è il luogo dove tutti i personaggi di questo funambolico teatro vanno a rifugiarsi per bere sulle avventure e disavventure che la sorte ha loro riservato, qui Mannarino da libero sfogo alla sua creatività, passa dalla recitazione (in “romanesco”) al canto, senza mai però trascurare l’ironia che contribuisce a fa sfociar le sue parole in uno scenario volutamente grottesco.

“Tevere grand hotel” è una sfrenata danza gitana, infatti a nomadi e vagabondi è dedicata questa canzone. Mannarino ha deciso di girare il videoclip della suddetta all’interno di un campo rom; accusato da alcuni di averlo fatto solo “per marketing”, si crede che la scelta sia stata più genuina, guidata dal fatto che l’autore ha vissuto per tre anni nei pressi di un campo rom e di conseguenza abbia voluto far conoscere una realtà diversa da quella presentata dai notiziari degli ultimi tempi: “la realtà gioiosa dei ragazzini e delle ragazze che sono la speranza di queste comunità per far vedere alle persone il mostro, perché con la conoscenza si perde la paura del diverso”.

“Scetate vajò” è una travolgente taranta che racconta di un uomo che lascia la sua donna e si sente talmente in colpa che per consolarla decide di regalarle, vista la disastrosa situazione finanziaria, parti del suo corpo; incisivo brano che penetra grazie al denso surrealismo.

“Osso di seppia” è uno spirito libero, “nato da una scatola di cartone ha mosso i primi passi alla stazione / ha preso quattro calci e un po’ di sole fino alla mensa santa delle suore”, vive di espedienti e decide di dedicarsi alla ricerca di una chimerica“città in fondo al mare dove i diamanti non valgono niente e la doccia è automatica.”; dopo essersi reso conto di “aver preso una gran sola” nessuno lo ha più visto, e nessuno lo ha cercato, meglio, a detta dell’autore, perché Osso un funerale da un prete non se lo sarebbe fatto fare.

I protagonisti di “la strega e il diamante” sono due voci: una è quella languida di Simona Sciacca e l’altra quella di Mannarino che sapientemente mixa recitazione e canto e qui conferma che quest’operazione gli riesce benissimo. La storia è complicata e si lascia all’ascoltatore il privilegio di assaporarla.

Il “teatro canzone” prosegue ne “il Pagliaccio” che narra di una figura molto utilizzata nella letteratura e nella musica; il pagliaccio è di solito visto come una figura triste che “deve” far ridere anche di fronte alle disgrazie; il personaggio di Mannarino è tutto questo, ma riesce a straniarsi dalla sua maschera e di fronte ad un amore non corrisposto, finisce sarcasticamente col dire “so’ insensibile? So’ razionale? So amorale? Signori miei io non posso piagne / per questioni di sicurezza nazionale: che se me metto a piagne io, … s’allagherebbe er paradiso, cor pianto mio! Oh, so un pagliaccio, mica Dio!”

“L’amore nero” è un malinconico ed amaro canto d’amore o meglio d’amore illusorio, come evidenzia questa poetica immagine “E sono andato dentro al deserto che rivuole sempre tutto indietro / e sono un’illusione le more sui rami del roveto!”; la disperazione è accentuata dall’accompagnamento di una struggente melodia suonata da un violino.

L’ultima canzone cantata dell’album è “soldi”, è un ineccepibile prova della destrezza con la quale Mannarino riesce ad usare e concatenare le parole; incede lentamente, quasi ad ipnotizzare l’ascoltatore: “Questi borghesi cuccioli cuccioli riccioli riccioli pieni di spiccioli con le bocche a somiglianza del buchino sotto la panza della gallina del contadino che essendo mio cugino diverrà latifondista con una lista parlamentare tanto a parlare lui ci sa fare costruire una pista privata capolista la squadra comprata per niente rubata sarà la partita sa chi più paga è pur chi più spera e chi spara di più”.

Il tutto si chiude con un breve pezzo strumentale suonato dalla Banda Stesicorea di Scordia, che riporta all’atmosfera del circo e della strada con un pizzico di malinconia, “end”.

Il leitmotiv dell’intera opera è il vento, è presente in quasi tutte le canzoni, perché secondo Mannarino il vento è simbolo di movimento, d’incrocio o di stasi. Il vento è vita.

Soprattutto di questi tempi, si sente il bisogno di una ‘ventata’ di aria nuova, di un’alternativa ai televoti e ai soliti amici di Maria.



  1. Andrea Lodi mercoledì 24 febbraio 2010 alle ore 13:34

    Mannarino a me sembra ripercorrere i passi di quel cantautorato folk che ha già detto tanto. Per dirla netta diciamo che mi sembra tecnicamente bravo ma per nulla originale e interessante.



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