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orti in città, orti sostenibili

L’Italia non è una repubblica fondata sul cemento. E di questo (fortunatamente) le città sono consapevoli. Infatti le politiche ambientali intraprese negli ultimi anni da molti municipi italiani si aprono anche alla possibilità di affidare in concessione alcune aree pubbliche, aree verdi, da coltivare come se fossero un vero e proprio giardino di casa.

Si chiamano orti urbani e sono piccoli appezzamenti di terreno che “rubano” spazio all’asfalto delle città: sono zone utili a realizzare piccole coltivazioni, che vengono adibite alla produzione “fai da te” di prodotti naturali.

L’orto cittadino è una realtà ‘sociale ed urbanistica’ a cui molti comuni italiani stanno cercando di avvicinarsi. L’orto può essere pensato come uno strumento collettivo per opporsi fattivamente alla speculazione edilizia selvaggia ed al degrado dei quartieri urbani. Infatti, le coltivazioni rinverdiscono aree abbandonate e portano biodiversità in spazi pubblici ed aperti, altrimenti marginali.

Gli orti urbani collettivi sono quindi una dimostrazione pratica delle politiche pubbliche in ambito ambientale, proprio come il riciclaggio dei rifiuti, l’Agenda21 e lo sviluppo delle relazioni sociali locali. L’orto è strumento di rigenerazione urbana che coinvolge anche la socializzazione tra gli abitanti di uno stesso territorio. Questa pratica è utile ad accrescere le interazioni quotidiane che si possono costruire con gli abitanti del proprio quartiere, quel contatto umano che la metropoli ed uno stile di vita sempre più frenetico e consumista ha contribuito a farci dimenticare.

Tutto ciò che cresce nell’orto sotto casa, non viaggia e non inquina. Non bisogna pagarlo alle casse del supermercato e arriva in tavola appena colto, fresco e salutare. I vantaggi non solo coinvolgono l’economia, ma anche la qualità della nostra vita.

Ecco perché a Castel Maggiore (BO) si è pensato di discutere, insieme ad esperti del settore, delle novità portate da queste esperienze, in un ciclo di incontri sulla coltura e la “cultura” dell’orto.

Qui di seguito riporto l’intervista che ho realizzato ad uno degli organizzatori dell’evento: Dario Trentini, presidente del Circolo Arci di Castel Maggiore ‘Sputnik Tom’.

(Il programma completo degli incontri è consultabile sul sito: http://cambiodirottacm.blogspot.com/)


Cos’è ‘Cambio di Rotta’ e perché ritenete ci sia bisogno di fare informazione sulle alternative sostenibili di progettazione e di coltivazione degli orti?

Cambio di Rotta è un coordinamento di associazioni che già da anni porta avanti un percorso di riflessione sugli stili di vita. Stili di vita nuovi, più sostenibili, a contatto con la natura, rispettosi per l’ambiente e per le persone. Quest’anno abbiamo deciso di porre la nostra attenzione sugli orti, perché siamo convinti che siano un punto di partenza, un elemento simbolico, utile a definire un nuovo rapporto con la natura. Quindi, abbiamo deciso di organizzare questo ciclo di conferenze alla Casa del Volontariato di Castel Maggiore, in via Enrico Berti 19.

Due le serate di discussione in programma per il mese di marzo. Di cosa parlerete? Chi interverrà?

Il 3 Marzo parleremo di biodinamica. Sarà nostro ospite Enrico Pedretti, un imprenditore agricolo biodinamico di Budrio. Questo tipo di agricoltura va oltre al biologico, unendo aspetti filosofici che si rifanno al pensatore Steiner e fondendo il discorso legato all’approccio di vita, ai modi di coltivare e di fare agricoltura. L’appuntamento successivo del 17 Marzo invece, sarà sulla permacultura e avremo come ospite Elisabetta Della Valle, un’esperta che tiene spesso corsi sul tema. La permacultura è, in sintesi, un modo di progettare l’orto in maniera tale che sia sostenibile, cioè che formi un ciclo che non produce elementi di scarto o di rifiuto capaci di incidere negativamente sull’ambiente. Questi elementi potranno anzi essere riutilizzati per far ripartire il ciclo del procedimento agricolo. Più in generale, la permacultura è un possibile modo di progettare un futuro sostenibile, che diminuisca l’inquinamento ambientale.

A febbraio invece, avete presentato due serate di approfondimento, sul tema degli orti urbani. Dal tuo punto di vista, qual è la funzione di questi polmoni verdi metropolitani? Quali i benefici portati alla comunità?

Gli orti urbani hanno molteplici aspetti positivi. Innanzi tutto perché stravolgono la stessa concezione della vita in città. L’introduzione di questi spazi verdi nei tessuti urbani, permette di superare l’idea del vivere in città in funzione dei soli aspetti produttivi che questa offre e rilancia la possibilità di ripensare al ‘come’ voler vivere la propria vita cittadina. Gli orti in città quindi, sono utili sia a livello ambientale, perché aumentano l’apporto di ossigeno e diminuiscono la quantità di smog, ma anche perché incentivano un nuovo modo di rapportarsi alla vita quotidiana.

E dal punto di vista economico? Credi che gli orti cittadini che favoriscono l’autoproduzione di beni potrebbero costituire una nuova opportunità di decrescita economica?

Certamente stiamo muovendo i primi passi in questo senso. Non è possibile parlare di orti urbani come una forma di sostentamento totale per beni di prima necessità. Ma ovviamente sono il primo passo verso la comprensione che è possibile non comprare tutto quello che ci serve a vivere, ma anzi, è possibile auto produrre ciò di cui si ha più bisogno. Perciò, l’aspetto saliente di tutto il processo (che va oltre al discorso economico) è la forma di socialità promossa dalla meccanismo di “coltivazione metropolitana”, che permette di far avvicinare le persone, in un processo utile a sé stessi, ed alla propria famiglia.

Il progetto viene seguito direttamente dai comuni, oppure vengono disposte sovvenzioni economiche, magari a livello regionale?

Attualmente sono i comuni che mettono a disposizione gli spazi, che poi vengono presi in gestione e seguiti dalle varie associazioni. Non ci sono ulteriori fondi stanziati dalle regioni o chissà che investimenti. Diciamo che il ruolo delle istituzioni è di rilasciare le concessioni per l’utilizzo dei terreni. Comunque, bisogna ricordare che, per il momento, non si tratta di iniziative particolarmente diffuse…

Comunque sembra proprio che molte città inizino a muoversi in questa direzione, attivando aree coltivabili in spazi altrimenti ‘grigi’. Nascono oggi veri e propri progetti urbanistici che prevedono nuovi orti, in città molto grandi, come ad esempio Milano, ma anche a Torino, Bergamo, Reggio Emilia, Bologna, o ancora in comuni più piccoli come Carpi, Castenaso o appunto, Castel Maggiore…

Pur non essendo la nostra una grande città, a Castel Maggiore abbiamo un orto urbano. La realtà di Castel Maggiore consiste in un terreno suddiviso in quaranta orti, la cui gestione è (per il momento) affidata ad un gruppo di anziani. Il regolamento predisposto dal comune però è stato recentemente modificato, per permettere l’accesso anche a persone di diversa età. Chiunque lo vorrà, potrà iniziare a coltivare uno di questi orti.

Il discorso è valido anche per i più giovani?

Noi stiamo lavorando proprio su questo, perché le potenzialità intrinseche di un orto non consistono nel dare un passatempo ad una certa fascia di persone, o esclusivamente a una comunità già consolidata. Ma anzi, l’orto potrebbe essere anche un meccanismo che avvicina persone diverse, dai giovani alle nuove famiglie di migranti, cioè coloro che presentano sempre più richieste per la terra comune. Quindi sembra chiaro: sono esigenze che cominciano ad essere sentite anche da coloro che non sono pensionati. Perciò speriamo che in futuro questi regolamenti possano essere più aperti verso nuove fasce di persone e nuove tipologie di individui.



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