Benvenuti nel fantastico mondo Ikea. Una realtà fatta di pacchi, mobilia a basso costo, ristoranti e alimenti svedesi, aree giochi e piscine di palline di plastica dove “parcheggiare” i bambini. L‘Ikea che tutti noi conosciamo è un enorme capannone blu che si impone su intere zone industriali, o meglio, una meta ambita da tantissime famiglie, che amano trascorrervi i fine settimana. La stessa del catalogo che ha fatto più fortuna della Bibbia in fatto di diffusione. Esatto! Il magazine firmato Ikea è la pubblicazione distribuita nel maggior numero di copie al mondo. Ciascun numero raggiunge le 160 milioni di stampe, in decine di lingue diverse. Ma il mondo Ikea è soprattutto quello dei 250 magazzini finora costruiti in 44 differenti nazioni e dei suoi 120mila dipendenti. E’ un universo a più dimensioni, costellato da storie diverse e caratterizzato da molteplici aspetti .
Come raccontato nel libro “Ikea. Che cosa nasconde il mito della casa che piace a tutti?” sono tanti i punti di forza delle politiche Ikea e tanti anche i punti di debolezza. Un testo che parla a tutti in modo intelligente e critico, fuori dal coro, che descrive i comportamenti di un gruppo imprenditoriale che si presenta come eticamente corretto, eclissando alla visione del grande pubblico il “lato oscuro” che rimanda alle responsabilità sociali ed ambientali della holding.
Prima di essere una multinazionale, Ikea è anche una filosofia, un’esperienza collettiva, uno strumento di omologazione, per molte persone addirittura un mito. Chiunque ha dentro casa almeno un suo prodotto. Con una straordinaria gestione della comunicazione, il gigante svedese si è infatti costruito un “capitale simpatia” che nessun’altra multinazionale può vantare.
Per Ikea lavorano più di 1500 aziende che con i loro prodotti riempiono gli scaffali del megastore del gruppo. Tuttavia, la lista dei fornitori rimane oggi segreta ed è consuetudine della multinazionale del mobile pubblicare solo la provenienza dei prodotti finiti: alla Cina va il podio in fatto di approvigionamento di materiali, seguita da Polonia ed Italia. Esatto, proprio così. Il nostro paese si aggiudica il terzo posto della classifica, con 60 fornitori e un indotto che impiega nel business del mobile più di 1400 persone. Un ringraziamento particolare va ai consolidati rapporti che il gigante finanziario intrattiene con il cosiddetto “Triangolo della Sedia” in Friuli-Venezia Giulia, grazie alla Bormioli Rocco (che realizza accessori per la casa in plastica e vetro) e al gruppo Natuzzi (quello di Divani & Divani), giusto per citarne alcuni. Dal 2000 il gruppo svedese si è anche dato un codice per i suoi fornitori. L’obbiettivo è garantire che il prezzo basso delle merci non sia il risultato di condizioni sociali ed ambientali inaccettabili. “La nostra rete di produttori in Italia è importantissima” – spiega Simona Scarpaleggia, vice amministratore delegato di Ikea Italia – “la penisola è il terzo Paese produttore di Ikea mentre è il sesto venditore. In pratica vendiamo in Italia meno di quanto non acquistiamo.”
Degni di nota sono anche gli aspetti gestionali dell’azienda. Quando vengono a galla dei problemi la risposta dell’ufficio marketing è immediata. Naturalmente, anche lo schema utilizzato dai responsabili d’ufficio segue un modello consolidato: l’azienda si fa carico dell’errore, ne minimizza la portata, reagisce e dispone le soluzioni. A volte addirittura occupando lo spazio critico che si è creato, stringendo accordi con l’accusa e quindi, limitando il dissenso.
Sul fronte del lavoro vari reportage giornalistici hanno scoperto bambini che lavoravano per i subcontrattisti Ikea di India, Vietnam, Filippine e Pakistan, in condizioni disumane. Alcuni addirittura incatenati ai macchinari, lavorando per 15 ore al giorno, per 36 euro al mese, senza straordinari pagati o qualsivoglia diritto sindacale, costretti persino a dormire sul posto di lavoro. Qual’è dunque l’Authority che si assume l’incarico di sorvegliare l’operato delle filiali? Il controllo di queste aziende viene effettuato dal Compliance and Monitoring Group della stessa Ikea e ovviamente, si tratta del solito meccanismo del controllato e controllore allo stesso tempo.
In seguito alle prime accuse, portate dai media all’attenzione di tutti, la reazione dell’azienda è stata istantanea. Il gruppo ha stretto un accordo con l’Unicef, lanciando l’Ikea Social Initiative, ma soprattutto donando in beneficenza all’associazione 180 milioni di dollari. Il marchio Unicef è così comparso sul sito Ikea con la descrizione del programma: istruzione per 180mila bambini, 290mila persone vaccinate, opportunità economiche sostenibili per 22mila donne. Un progetto partito dall’India e recentemente esteso al resto dell’Asia e dell’Europa orientale (paesi cioè, produttori della merce Ikea). Per ogni lampada solare “Sunnan” venduta da Ikea, una viene regalata all’Unicef per far studiare i bambini che non hanno elettricità. In più, vengono donati all’associazione due euro per ogni pupazzo “Brum” venduto. Stesso discorso per Save the Children: 500mila dollari per costruire 22 asili in Kosovo. Ed ancora, identico discorso per Medici senza Frontiere: 92mila euro versati all’associazione grazie alla possibilità di vendere prodotti con il proprio marchio e i 2 euro di ogni “menù bambino” cucinato nei ristoranti della catena.
Pesante, anche la questione ambientale. E’ normale prassi di Ikea auto-certificare i risultati ambientali ottenuti. I dati non sono pubblici e quindi, le rilevazioni legate all’impatto ambientale sono segretissime. Ad avvicinarsi a questi aspetti gestionali del colosso del mobile si ha il sospetto di respirare (anche qui come altrove) un’aria, in qualche misura, viziata. In aggiunta, anche il fatto che l’ufficio ambientale sia posto direttamente alle dipendenze dell’ufficio marketing aziendale permette di coltivare qualche dubbio. Tuttavia il problema maggiore rimane la provenienza del legno, certamente il materiale più usato per i mobili Ikea, che si attesta arrivi dai boschi dell’Europa dell’Est e della Cina. Solo nel 2005 Ikea ha utilizzato 640mila metri cubi di legno di “provenienza ignota”, non controllato. Per l’Environmental Investigation Agency (gruppo internazionale indipendente che conduce inchieste sui reati ambientali) Ikea, soprattutto in Cina, continua a usare legno tagliato illegalmente.
Ancor più preoccupanti le notizie che arrivano dagli U.S.A. Da qualche anno infatti il colosso del mobile si oppone attivamente alle leggi che, a partire dal 18 Novembre 2008, vietano l’importazione di legno ricavato dalle deforestazioni illegali. La normativa sancisce che tutte le importazioni di legname dirette agli Stati Uniti debbano essere accompagnate da una chiara dichiarazione di origine. Anche la multinazionale si è ritrovata dunque costretta a documentare, certificare e tracciare tutta la filiera di fornitura. Ma mentre molte aziende si sono adeguate subito alle nuove regole, Ikea ha dichiarato a voce alta: “non è realistico riuscire a garantire la rintracciabilità di questo prodotto lungo l’intera catena di fornitura”. Il primo Giugno 2009 arriva poi l’inchiesta “Amazzonia che macello!” di Greenpeace. L’associazione ambientalista denuncia che i divani in pelle Ikea vengono prodotti con gli allevamenti illegali di bovini, documentando “un impatto devastante sull’ultimo polmone del mondo” con la richiesta di “interrompere immediatamente l’utilizzo di pelle che viene dalla distruzione della foresta amazzonica”. Ikea sarebbe complice silenziosa di tale emergenza ambientale, immischiata negli stessi affari di Adidas, BMW, Geox, Chateau d’Ax, Carrefour, EuroStar, Ford, Honda, Gucci, Kraft, Cremonini, Nike, Tesco, Toyota e Wal-Mart. (per saperne di più sull’argomento segnalo un interessante articolo sul blog di Beppe Grillo: “le vacche e l’Amazzonia”)
Una cosa però sui punti vendita Ikea bisogna dirla: usano molto le energie rinnovabili e l’azienda vuole portare al 100% questo tipo di approvvigionamento. Per la multinazionale significa prima di tutto risparmio sulle bollette, fattore utile ad ingrassare ben bene le casse dell’impresa. E su questo, come darle torto…






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