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	<title>Aquattro &#187; Anita Berni</title>
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	<description>blog di informazione gestito dallo staff di Rock in Rolo ONLUS</description>
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		<title>Ikea. La casa che piace a tutti (o quasi)</title>
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		<pubDate>Mon, 31 May 2010 07:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anita Berni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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		<description><![CDATA[Luci ed ombre dell'impero Ikea. Qualche considerazione sul mercato del mobile globalizzato, nata dalla lettura del libro "Ikea. Che cosa nasconde il mito della casa che piace a tutti?"]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->Benvenuti nel fantastico mondo Ikea. Una realtà fatta di pacchi, mobilia a basso costo, ristoranti e alimenti svedesi, aree giochi e piscine di palline di plastica dove “parcheggiare” i bambini. L<strong>&#8216;</strong>Ikea<strong> </strong>che tutti noi conosciamo è un enorme capannone blu che si impone su intere zone industriali, o meglio, una meta ambita da tantissime famiglie, che amano trascorrervi i fine settimana. La stessa del catalogo che ha fatto più fortuna della Bibbia in fatto di diffusione. Esatto! Il magazine firmato Ikea è la pubblicazione distribuita nel maggior numero di copie al mondo. Ciascun numero raggiunge le 160 milioni di stampe, in decine di lingue diverse. Ma il mondo Ikea è soprattutto quello dei 250 magazzini finora costruiti in 44 differenti nazioni e dei suoi 120mila dipendenti. E&#8217; un universo a più dimensioni, costellato da storie diverse e caratterizzato da molteplici aspetti .</p>
<p>Come raccontato nel libro <a href="http://www.ecoblog.it/post/4563/ikea-il-mito-della-casa-che-piace-a-tutti">“Ikea. Che cosa nasconde il mito della casa che piace a tutti?”</a> sono tanti i punti di forza delle politiche Ikea e tanti anche i punti di debolezza. Un testo che parla a tutti in modo intelligente e critico, fuori dal coro, che descrive i comportamenti di un gruppo imprenditoriale che si presenta come eticamente corretto, eclissando alla visione del grande pubblico il “lato oscuro” che rimanda alle responsabilità sociali ed ambientali della holding.</p>
<p>Prima di essere una multinazionale, <strong>Ikea è anche una filosofia, un&#8217;esperienza collettiva, uno strumento di omologazione, per molte persone addirittura un mito</strong>. Chiunque ha dentro casa almeno un suo prodotto. Con una straordinaria gestione della comunicazione, il gigante svedese si è infatti costruito un “capitale simpatia” che nessun&#8217;altra multinazionale può vantare.</p>
<p>Per Ikea lavorano più di <strong>1500 aziende </strong>che con i loro prodotti riempiono gli scaffali del megastore del gruppo. Tuttavia, la lista dei fornitori rimane oggi segreta<strong> </strong>ed è consuetudine della multinazionale del mobile pubblicare solo la provenienza dei prodotti finiti: alla Cina va il podio in fatto di approvigionamento di materiali, seguita da Polonia ed Italia. Esatto, proprio così. Il nostro paese si aggiudica il terzo posto della classifica, con 60 fornitori e un indotto che impiega nel business del mobile più di 1400 persone. Un ringraziamento particolare va ai consolidati rapporti che il gigante finanziario intrattiene con il cosiddetto “Triangolo della Sedia” in Friuli-Venezia Giulia, grazie alla Bormioli Rocco (che realizza accessori per la casa in plastica e vetro) e al gruppo Natuzzi (quello di Divani &amp; Divani), giusto per citarne alcuni. Dal 2000 il gruppo svedese si è anche dato un codice per i suoi fornitori. L&#8217;obbiettivo è garantire che il prezzo basso delle merci non sia il risultato di condizioni sociali ed ambientali inaccettabili. “La nostra rete di produttori in Italia è importantissima” &#8211; spiega Simona Scarpaleggia, vice amministratore delegato di Ikea Italia &#8211; “la penisola è il terzo Paese produttore di Ikea mentre è il sesto venditore. In pratica vendiamo in Italia meno di quanto non acquistiamo.”</p>
<p>Degni di nota sono anche gli <strong>aspetti gestionali dell&#8217;azienda</strong>. Quando vengono a galla dei problemi la risposta dell&#8217;ufficio marketing è immediata. Naturalmente, anche lo schema utilizzato dai responsabili d&#8217;ufficio segue un modello consolidato: l&#8217;azienda si fa carico dell&#8217;errore, ne minimizza la portata, reagisce e dispone le soluzioni. A volte addirittura occupando lo spazio critico che si è creato, stringendo accordi con l&#8217;accusa e quindi, limitando il dissenso.</p>
<p>Sul fronte del lavoro vari reportage giornalistici hanno scoperto bambini che lavoravano per i subcontrattisti Ikea di India, Vietnam, Filippine e Pakistan, in condizioni disumane. Alcuni addirittura incatenati ai macchinari, lavorando per 15 ore al giorno, per 36 euro al mese, senza straordinari pagati o qualsivoglia diritto sindacale, costretti persino a dormire sul posto di lavoro. <strong>Qual&#8217;è dunque l&#8217;Authority che si assume l&#8217;incarico di sorvegliare l&#8217;operato delle filiali?</strong> Il controllo di queste aziende viene effettuato dal Compliance and Monitoring Group della stessa Ikea e ovviamente, si tratta del solito meccanismo del controllato e controllore allo stesso tempo.</p>
<p>In seguito alle prime accuse, portate dai media all&#8217;attenzione di tutti, la reazione dell&#8217;azienda è stata istantanea. Il gruppo ha stretto un accordo con l&#8217;Unicef, lanciando l&#8217;Ikea Social Initiative, ma soprattutto donando in beneficenza all&#8217;associazione 180 milioni di dollari. Il marchio Unicef è così comparso sul sito Ikea con la descrizione del programma: istruzione per 180mila bambini, 290mila persone vaccinate, opportunità economiche sostenibili per 22mila donne. Un progetto partito dall&#8217;India e recentemente esteso al resto dell&#8217;Asia e dell&#8217;Europa orientale (paesi cioè, produttori della merce Ikea). Per ogni lampada solare “Sunnan” venduta da Ikea, una viene regalata all&#8217;Unicef per far studiare i bambini che non hanno elettricità. In più, vengono donati all&#8217;associazione due euro per ogni pupazzo “Brum” venduto. Stesso discorso per Save the Children: 500mila dollari per costruire 22 asili in Kosovo. Ed ancora, identico discorso per Medici senza Frontiere: 92mila euro versati all&#8217;associazione grazie alla possibilità di vendere prodotti con il proprio marchio e i 2 euro di ogni “menù bambino” cucinato nei ristoranti della catena.</p>
<p>Pesante, anche la questione ambientale. E&#8217; normale prassi di Ikea<strong> auto-certificare i risultati ambientali ottenuti</strong>. I dati non sono pubblici e quindi, le rilevazioni legate all&#8217;impatto ambientale sono segretissime. Ad avvicinarsi a questi aspetti gestionali del colosso del mobile si ha il sospetto di respirare (anche qui come altrove) un&#8217;aria, in qualche misura, viziata. In aggiunta, anche il fatto che l&#8217;ufficio ambientale sia posto direttamente alle dipendenze dell&#8217;ufficio marketing aziendale permette di coltivare qualche dubbio. Tuttavia il problema maggiore rimane la provenienza del legno, certamente il materiale più usato per i mobili Ikea, che si attesta arrivi dai boschi dell&#8217;Europa dell&#8217;Est e della Cina. Solo nel 2005 Ikea ha utilizzato 640mila metri cubi di <strong>legno di “provenienza ignota”</strong>, non controllato. Per l&#8217;Environmental Investigation Agency (gruppo internazionale indipendente che conduce inchieste sui reati ambientali) Ikea, soprattutto in Cina, continua a usare legno tagliato illegalmente.</p>
<p>Ancor più preoccupanti le notizie che arrivano dagli U.S.A. Da qualche anno infatti il colosso del mobile si oppone attivamente alle leggi che, a partire dal 18 Novembre 2008, vietano l&#8217;importazione di legno ricavato dalle deforestazioni illegali. La normativa sancisce che tutte le importazioni di legname dirette agli Stati Uniti debbano essere accompagnate da una chiara dichiarazione di origine. Anche la multinazionale si è ritrovata dunque costretta a documentare, certificare e tracciare tutta la filiera di fornitura. Ma mentre molte aziende si sono adeguate subito alle nuove regole, Ikea ha dichiarato a voce alta: “non è realistico riuscire a garantire la rintracciabilità di questo prodotto lungo l&#8217;intera catena di fornitura”. Il primo Giugno 2009 arriva poi <strong>l&#8217;inchiesta “Amazzonia che macello!” di Greenpeace.</strong> L&#8217;associazione ambientalista denuncia che i divani in pelle Ikea vengono prodotti con gli allevamenti illegali di bovini, documentando “un impatto devastante sull&#8217;ultimo polmone del mondo” con la richiesta di “interrompere immediatamente l&#8217;utilizzo di pelle che viene dalla distruzione della foresta amazzonica”. Ikea sarebbe complice silenziosa di tale emergenza ambientale, immischiata negli stessi affari di Adidas, BMW, Geox, Chateau d’Ax, Carrefour, EuroStar, Ford, Honda, Gucci, Kraft, Cremonini, Nike, Tesco, Toyota e Wal-Mart. (per saperne di più sull&#8217;argomento segnalo un interessante articolo sul blog di Beppe Grillo: “<a href="http://www.beppegrillo.it/2009/06/le_vacche_e_lam.html">le vacche e l&#8217;Amazzonia</a>”)</p>
<p>Una cosa però sui punti vendita Ikea bisogna dirla: usano molto le energie rinnovabili e l&#8217;azienda vuole portare al 100% questo tipo di approvvigionamento. Per la multinazionale significa prima di tutto risparmio sulle bollette, fattore utile ad ingrassare ben bene le casse dell&#8217;impresa. E su questo, come darle torto&#8230;</p>
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		<title>orti in città, orti sostenibili</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 07:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anita Berni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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		<description><![CDATA[Si chiamano orti urbani e sono piccoli appezzamenti di terreno che "rubano" spazio all'asfalto delle città: sono zone utili a realizzare piccole coltivazioni, che vengono adibite alla produzione "fai da te" di prodotti naturali.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->L&#8217;Italia non è una repubblica fondata sul cemento.<em> </em>E di questo (fortunatamente) le città sono consapevoli. Infatti le politiche ambientali intraprese negli ultimi anni da molti municipi italiani si aprono anche alla possibilità di affidare in concessione alcune aree pubbliche, aree verdi, da coltivare come se fossero un vero e proprio giardino di casa.</p>
<p>Si chiamano <strong>orti urbani</strong> e sono piccoli appezzamenti di terreno che &#8220;rubano&#8221; spazio all&#8217;asfalto delle città: sono zone utili a realizzare piccole coltivazioni, che vengono adibite alla produzione &#8220;fai da te&#8221; di prodotti naturali.</p>
<p>L’orto cittadino è una realtà ‘sociale ed urbanistica’ a cui molti comuni italiani stanno cercando di avvicinarsi. L’orto può essere pensato come uno strumento collettivo per opporsi fattivamente alla speculazione edilizia selvaggia ed al degrado dei quartieri urbani. Infatti, le coltivazioni rinverdiscono aree abbandonate e portano biodiversità in spazi pubblici ed aperti, altrimenti marginali.</p>
<p>Gli orti urbani collettivi sono quindi una dimostrazione pratica delle politiche pubbliche in ambito ambientale, proprio come il riciclaggio dei rifiuti, l&#8217;Agenda21 e lo sviluppo delle relazioni sociali locali. L’orto è strumento di rigenerazione urbana che coinvolge anche la socializzazione tra gli abitanti di uno stesso territorio. Questa pratica è utile ad accrescere le interazioni quotidiane che si possono costruire con gli abitanti del proprio quartiere, quel contatto umano che la metropoli ed uno stile di vita sempre più frenetico e consumista ha contribuito a farci dimenticare.</p>
<p>Tutto ciò che cresce nell’orto sotto casa, non viaggia e non inquina. Non bisogna pagarlo alle casse del supermercato e arriva in tavola appena colto, fresco e salutare. I vantaggi non solo coinvolgono l&#8217;economia, ma anche la qualità della nostra vita.</p>
<p>Ecco perché a Castel Maggiore (BO) si è pensato di discutere, insieme ad esperti del settore, delle novità portate da queste esperienze, in un <strong>ciclo di incontri sulla coltura e la &#8220;cultura&#8221; dell&#8217;orto</strong>.</p>
<p>Qui di seguito riporto l’intervista che ho realizzato ad uno degli organizzatori dell&#8217;evento: <strong>Dario Trentini, presidente del Circolo Arci di Castel Maggiore ‘Sputnik Tom’. </strong></p>
<p>(Il programma completo degli incontri è consultabile sul sito: <a href="http://cambiodirottacm.blogspot.com/">http://cambiodirottacm.blogspot.com/</a>)</p>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p><strong>Cos’è ‘Cambio di Rotta’ e perché ritenete ci sia bisogno di fare informazione sulle alternative sostenibili di progettazione e di coltivazione degli orti?</strong></p>
<p>Cambio di Rotta è un coordinamento di associazioni che già da anni porta avanti un percorso di riflessione sugli stili di vita. Stili di vita nuovi, più sostenibili, a contatto con la natura, rispettosi per l’ambiente e per le persone. Quest’anno abbiamo deciso di porre la nostra attenzione sugli orti, perché siamo convinti che siano un punto di partenza, un elemento simbolico, utile a definire un nuovo rapporto con la natura. Quindi, abbiamo deciso di organizzare questo ciclo di conferenze alla Casa del Volontariato di Castel Maggiore, in via Enrico Berti 19.</p>
<p><strong>Due le serate di discussione in programma per il mese di marzo. Di cosa parlerete? Chi interverrà? </strong></p>
<p>Il 3 Marzo parleremo di biodinamica. Sarà nostro ospite Enrico Pedretti, un imprenditore agricolo biodinamico di Budrio. Questo tipo di agricoltura va oltre al biologico, unendo aspetti filosofici che si rifanno al pensatore Steiner e fondendo il discorso legato all’approccio di vita, ai modi di coltivare e di fare agricoltura. L’appuntamento successivo del 17 Marzo invece, sarà sulla permacultura e avremo come ospite Elisabetta Della Valle, un’esperta che tiene spesso corsi sul tema. La permacultura è, in sintesi, un modo di progettare l’orto in maniera tale che sia sostenibile, cioè che formi un ciclo che non produce elementi di scarto o di rifiuto capaci di incidere negativamente sull’ambiente. Questi elementi potranno anzi  essere riutilizzati per far ripartire il ciclo del procedimento agricolo. Più in generale, la permacultura è un possibile modo di progettare un futuro sostenibile, che diminuisca l’inquinamento ambientale.</p>
<p><strong>A febbraio invece, avete presentato due serate di approfondimento, sul tema degli orti urbani. Dal tuo punto di vista, qual è la funzione di questi polmoni verdi metropolitani? Quali i benefici portati alla comunità? </strong></p>
<p>Gli orti urbani hanno molteplici aspetti positivi. Innanzi tutto perché stravolgono la stessa concezione della vita in città. L’introduzione di questi spazi verdi nei tessuti urbani, permette di superare l’idea del vivere in città in funzione dei soli aspetti produttivi che questa offre e rilancia la possibilità di ripensare al ‘come’ voler vivere la propria vita cittadina. Gli orti in città quindi, sono utili sia a livello ambientale, perché aumentano l’apporto di ossigeno e diminuiscono la quantità di smog, ma anche perché incentivano un nuovo modo di rapportarsi alla vita quotidiana.</p>
<p><strong>E dal punto di vista economico? Credi che gli orti cittadini che favoriscono l’autoproduzione di beni potrebbero costituire una nuova opportunità di decrescita economica?</strong></p>
<p>Certamente stiamo muovendo i primi passi in questo senso. Non è possibile parlare di orti urbani come una forma di sostentamento totale per beni di prima necessità. Ma ovviamente sono il primo passo verso la comprensione che è possibile non comprare tutto quello che ci serve a vivere, ma anzi, è possibile auto produrre ciò di cui si ha più bisogno. Perciò, l&#8217;aspetto saliente di tutto il processo (che va oltre al discorso economico) è la forma di socialità promossa dalla meccanismo di &#8220;coltivazione metropolitana&#8221;, che permette di far avvicinare le persone, in un processo utile a sé stessi, ed alla propria famiglia.</p>
<p><strong>Il progetto viene seguito direttamente dai comuni, oppure vengono disposte sovvenzioni economiche, magari a livello regionale?</strong></p>
<p>Attualmente sono i comuni che mettono a disposizione gli spazi, che poi vengono presi in gestione e seguiti dalle varie associazioni. Non ci sono ulteriori fondi stanziati dalle regioni o chissà che investimenti. Diciamo che il ruolo delle istituzioni è di rilasciare le concessioni per l’utilizzo dei terreni. Comunque, bisogna ricordare che, per il momento, non si tratta di iniziative particolarmente diffuse…</p>
<p><strong>Comunque sembra proprio che molte città inizino a muoversi in questa direzione, attivando aree coltivabili in spazi altrimenti &#8216;grigi&#8217;. Nascono oggi veri e propri progetti urbanistici che prevedono nuovi orti, in città molto grandi, come ad esempio Milano, ma anche a Torino, Bergamo, Reggio Emilia, Bologna, o ancora in comuni più piccoli come Carpi, Castenaso o appunto, Castel Maggiore&#8230;</strong></p>
<p>Pur non essendo la nostra una grande città, a Castel Maggiore abbiamo un orto urbano. La realtà di Castel Maggiore consiste in un terreno suddiviso in quaranta orti, la cui gestione è (per il momento) affidata ad un gruppo di anziani. Il regolamento predisposto dal comune però è stato recentemente modificato, per permettere l&#8217;accesso anche a persone di diversa età. Chiunque lo vorrà, potrà iniziare a coltivare uno di questi orti.</p>
<p><strong>Il discorso è valido anche per i più giovani? </strong></p>
<p>Noi stiamo lavorando proprio su questo, perché le potenzialità intrinseche di un orto non consistono nel dare un passatempo ad una certa fascia di persone, o esclusivamente a una comunità già consolidata. Ma anzi, l&#8217;orto potrebbe essere anche un meccanismo che avvicina persone diverse, dai giovani alle nuove famiglie di migranti, cioè coloro che presentano sempre più richieste per la terra comune. Quindi sembra chiaro: sono esigenze che cominciano ad essere sentite anche da coloro che non sono pensionati. Perciò speriamo che in futuro questi regolamenti possano essere più aperti verso nuove fasce di persone e  nuove tipologie di individui.</p>
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		<title>L&#8217;acqua è cosa nostra</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Feb 2010 11:15:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anita Berni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Acqua pubblica - acqua privata. Quali i confini, quali i benefici, quali i rischi? 
Verso la manifestazione nazionale del 20 Marzo 2010, contro la privatizzazione dell'acqua.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;"><strong><strong>… ovvero un piccolo, lungo approfondimento</strong><strong>,</strong><strong> tra inchiesta e commento, che parla di Privatizzazione dell’Acqua: una manovra non solo economicamente pericolosa ma anche scarsamente conveniente</strong></strong></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;"><strong><strong><br />
</strong></strong></span></p>
<p>Con il voto di fiducia alla Camera dei Deputati, si è concluso lo scorso19 Novembre l’esame del decreto 135/09 che determina la definitiva e totale privatizzazione di molti settori di servizi pubblici, primo fra tutti il settore dell’acqua potabile. L’ articolo 15 del cosiddetto <strong>provvedimento Ronchi</strong> prevede l’obbligo di affidare la gestione dei servizi pubblici a rilevanza economica a società private individuate tramite concorso pubblico, oppure a società a partecipazione mista pubblica e privata, con capitale privato non inferiore al 40%. Entro il 31 Dicembre 2011 sarà messo a gara l’intero Servizio Idrico Nazionale. I soggetti privati saranno dunque autorizzati a gestire le reti ed a incassare le entrate.</p>
<p>Come se non bastasse, sempre lo scorso anno, il Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo ha dato il via libera all’attuazione del decreto legge <strong>&#8220;Misure straordinarie in materia di risorse idriche e di protezione dell’ambiente&#8221;</strong> convertito dalla legge n. 13/2009. Con questo provvedimento (considerato illegittimo da una sentenza della Corte Costituzionale dell’ottobre 2008) sono stati stabiliti i criteri per la restituzione delle somme versate dagli utenti per il canone di depurazione delle acque, nonostante la mancanza degli impianti di depurazione, o la loro inattività temporanea. Insomma, oggi è comunque obbligatorio pagare, anche se il servizio di depurazione consiste in un progetto su carta che non si realizza in un effettivo beneficio.</p>
<p>Sempre secondo l’Aula di Montecitorio, il decreto Ronchi porterà anche ad una crescita del 30% della presenza dei privati nella gestione dei servizi pubblici locali, favorendo cioè una crescita degli <strong>investimenti </strong>sul servizio idrico. Ma è davvero così? I privati porteranno capitali sulle reti? O la situazione resterà ad invecchiare, trasformandosi in un colabrodo? I dati riportati dall’Istat  il  10 dicembre 2009 indicano una tendenza sottovalutata e contraria alla tesi filogovernativa: negli ultimi dieci anni (dal momento in cui sono apparsi sul mercato i soggetti privati) gli investimenti apportati dalle aziende al settore idrico sono drasticamente diminuiti. I documenti registrano infatti una transizione da investimenti di circa 2 miliardi di euro l’anno, ad  investimenti di 700 milioni di euro l’anno (dato relativo al 2008).</p>
<p>E&#8217; bene ricordare poi, che la gestione del servizio idrico si realizza all’interno di una situazione di <strong>monopolio naturale</strong>, perché l’acqua che scorre nelle tubature delle nostre case deve fluire dalla stessa fonte e quindi, deve essere riconducibile ad un unico gestore. Il problema che emerge è che non possono più esistere differenze tra proprietà del bene e gestione dello stesso. In quest’ottica, il vero proprietario del bene comune (cioè dell’acqua) è chi gestisce le reti, ovvero l’ impresa privata quotata in borsa.</p>
<p>Sembrerebbe perciò facile fare previsioni sugli effetti che la privatizzazione porterà in futuro: <strong>crescita incontrollata delle tariffe</strong> (come ad Arezzo e ad Aprilia dove le tariffe sono aumentate fino al 400%!) e <strong>mancati investimenti per la ristrutturazione delle reti idriche di pubblico servizio</strong> (come succede da tempo ad Agrigento e Sciacca, dove l’acqua arriva agli utenti sporca e con turni settimanali). Ecco le modalità secondo cui le casse delle società per azioni possono ricominciare a fiorire, lasciando vuoti, o assolutamente costosi i rubinetti dei più.</p>
<p>Lo Stato confonde forse i significati di privatizzare/privare ?</p>
<p>Iniziano le svendite, ma la storia è sempre quella. E’ la storia di un paese dilaniato dagli interessi personali di piccole o grandi èlite, dell’Italia dei vari Caltagirone e Pisante, della corruzione che diventa burocrazia; è la storia di coloro che senza vergogna speculano sul settore del servizio pubblico e soprattutto collettivo, di coloro che depredano le casse delle pubbliche istituzioni per riempirsi le tasche di malaffari.  Indovinate allora chi mai potrebbe risultare avvantaggiato dalle gare a cui verrà sottoposto il sistema di erogazione dell’acqua potabile? Ovviamente la solita manciata di imprese: ACEA, IRIDE, ENìA, HERA, A2A per fare qualche nome, dietro alle quali si nascondono i pacchetti azionari di Suez-Lyonnaise des Eaux e Veolia, giostrati dalle solite facce, dai soliti beniamini-imprenditori e supereroi della finanza.</p>
<p>Per  meglio capire tutto questo, non ci resta che andare in <strong>Francia</strong>. Il governo di Parigi, dopo aver affidato per 25 anni il servizio idrico nazionale alle due più grandi multinazionali del paese, ha deciso di fare marcia indietro. Dal primo di Gennaio la capitale francese è effettivamente passata ad un operatore pubblico: il francese Eau de Paris. Una scelta politica segnalata innanzi tutto dal forte malcontento popolare, causato dall’inefficienza della gestione delle reti, dalla strabiliante crescita delle tariffe e dall’impossibilità di applicare un controllo sistematico sulle risorse offerte dal servizio di pubblica utilità.</p>
<p>Così, visto che il governo d’oltralpe tiene in pugno le casse delle grandi ‘famiglie di acqua ed energia’, le mani di GDF Suez e Veolia non potevano che cadere sul nostro Paese. Per citare solo uno dei tanti esempi, raggiungiamo <strong>Roma</strong>, dove Acea, azienda a partecipazione mista pubblico-privata che ha come azionista di maggioranza il Comune della capitale, detiene la gestione della maggior parte della rete idrica cittadina.</p>
<p>In Acea è rilevante la presenza di Franco Caltagirone. Pur disponendo del solo 7,5 per cento di capitale, il celebre imprenditore italiano può sempre contare sulla sua ‘vicinanza’ con il presidente, Giancarlo Cremonesi. Ma questo ‘potere’ proprio non piace ai francesi GDF Suez, che detengono il 10 per cento delle azioni, e che in questi giorni stanno valutando a braccetto di Mediobanca i futuri scambi azionari con la compagnia. A tutto ciò si può aggiungere che, qualche settimana fa, il sindaco di Roma Gianni Alemanno, aveva dichiarato :“entro la fine del 2010 sarà presa in considerazione l&#8217;ipotesi di vendita di una quota del 20% dell’azienda”. Parole poi riadattate e parzialmente rimangiate in vista delle prossime elezioni regionali. Tuttavia, lo scenario prospettato rimane molto concreto. Acea in via di privatizzazione vedrebbe quindi Caltagirone molto interessato, e sottoporrebbe il servizio idrico romano a notevoli pressioni internazionali.</p>
<p>All&#8217;interno di questo stesso discorso di strutture ed assetti societari, è bene precisare che Acea guarda anche all’<strong>Acquedotto Pugliese</strong> con grande interesse. Nel caso ovviamente che si arrivasse ad una cessione di attività. L’Aqp è la più grande infrastruttura idrica d’Europa e conta quasi 25 mila chilometri di rete. Inoltre, è una società per azioni a capitale pubblico da ben 10 anni, da quando cioè (nel 1999) il governo D&#8217;Alema<em> </em><em><em> </em></em> ha trasformato l’Ente Autonomo in una società commerciale disciplinata dal diritto privato (tentando successivamente di realizzare una manovra di cessione all’ENEL).</p>
<p>La questione pugliese diventa oggi quanto mai rovente. Tutto merito della <strong>campagna elettorale</strong>! Come è noto Nichi Vendola, candidato d’opposizione, dichiara di voler rivendicare per la Regione la competenza esclusiva sulla materia idrica. In caso di vittoria della fazione vendoliana, l’Aqp sarà quindi trasformato da società per azioni in ente pubblico e l’acqua pugliese verrà definita come “bene comune, di proprietà collettiva, non assoggettabile a leggi di mercato” ed il servizio idrico integrato “privo di rilevanza economica e sottratto ad ogni regola della concorrenza”.</p>
<p>Su questo assunto fondamentale, si fonda anche la <strong>‘Campagna Salva-Acqua’</strong> lanciata dal<strong> Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua</strong>. Il network di esperienze locali propone da diversi mesi un &#8216;Percorso per la ripubblicizzazione del Servizio Idrico Integrato&#8217; (SII), che partendo dalle piccole realtà locali si attiva tramite strumenti di democrazia diretta. Oltre 400.000 cittadini hanno già sottoscritto una <strong>legge d’iniziativa popolare</strong> per l’acqua pubblica, che riconosce i giusti diritti all’acqua. Ma visto che la proposta giace da due anni nei cassetti delle commissioni parlamentari, il movimento ha deciso di portare avanti la propria battaglia in altro modo.</p>
<p>“Con  una delibera Comunale di tipo popolare” -dice il Forum Italiano per i Movimenti dell’Acqua- “è possibile proporre una integrazione dello Statuto Comunale”. Inserendo quindi nel documento ufficiale una formulazione che definisce il servizio idrico integrato come servizio pubblico locale di uno specifico ambito territoriale ottimale (ATO) e privo di rilevanza economica, è possibile dare vita ad una gestione pubblica del SII, affidata cioè ad un Ente di diritto pubblico strumentale all’Ente Locale. La gestione del ciclo delle acque diventa perciò una responsabilità dei singoli Comuni. Oggi, sono più di cento i Comuni che hanno modificato il proprio Statuto. Il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua puòquindi dirsi sagomato da una lunga lista di <strong>realtà locali, consapevoli delle proprie differenze, ma accomunate dal medesimo desiderio di un ‘altro mondo possibile’.</strong></p>
<p><strong>Ecco perché</strong><strong> il </strong><strong>20 Marzo, scenderà</strong><strong> in piazza </strong><strong>a Roma un movimento vero, radicato nei territori, per una decisa e forte </strong><strong>manifestazione nazionale, per la ripubblicizzazione dell’acqua, per la sensibilizzazione sociale, per la tutela dei beni comuni.</strong></p>
<p><strong><br />
</strong></p>
<blockquote><p>“Pensiamo che la manifestazione, oltre ad essere un importante ed unificante momento di lotta, ponga con intelligenza e determinazione la questione della democrazia partecipativa, ovvero l’inalienabile diritto di tutte/i a decidere e a partecipare alla gestione dell’acqua e dei beni comuni, del territorio e dell’energia, della salute e del benessere sociale.”</p>
<p>(<a href="www.acquabenecomune.org "> www.acquabenecomune.org</a> )</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Per tutte le realtà interessate, è convocata per </em><em>sabato 13 Febbraio, ore 11,30 – 16,30</em><em>, a Roma presso la sede del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua una prima riunione nazionale per costruire assieme<strong> </strong><strong> </strong> la manifestazione del 20 marzo.</em></p></blockquote>
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		<title>M.Russo e V.Zambardino &#8211; Eretici Digitali</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Feb 2010 09:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anita Berni</dc:creator>
				<category><![CDATA[laLIBRERIA]]></category>
		<category><![CDATA[eretici digitali]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Repubblica.it]]></category>

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		<description><![CDATA[Ed. Apogeo - Eretici Digitali: la rete è in pericolo, il giornalismo pure. Come salvarsi con un tradimento e dieci tesi. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>[Edizioni Apogeo]</strong></p>
<p>Due giornalisti alle prese con l’annosa questione del futuro del giornalismo. Quali opportunità può offrire il Web alla professione, alla collettività ed alla democrazia? Il giornalismo online si sostituirà definitivamente ai giornali cartacei? E con quali soldi verrà finanziato?</p>
<p>Interrogativi non da poco, su cui tanti ragionano, ma nessuno, né fra i media mainstream tradizionali né fra blogger o testate web, ha trovato ancora la risposta. Qui i due autori propongono dieci tesi: cominciando da i media sono in crisi “ma forse non vale la pena di esultare” parlano di innovazione tecnologica, sicurezza del web, controllo, censura, pubblicità,  video riproducibili da chiunque, Habeas data, populismo digitale e proprietà intellettuale.</p>
<p>Dieci eretiche tesi riassumibili in un solo concetto: il digitale è un “nuovo universo” che, appena arrivato, rischia già di scomparire. Ingoiato dall’establishment, normato da una politica letteralmente “ignorante”, condizionato e riconquistato da vecchi e nuovi padroni doganieri, Il digitale potrebbe forse salvarsi alleandosi con il caro e vecchio giornalismo, inteso non come industria, ma come eccellenza professionale, come cane da guardia del potere, come pratica e cultura del Racconto.</p>
<p>In attesa di risposte, i due autori hanno anche istituito un premio di &#8216;giornalismo 2.0&#8242; per reporter under 35 che realizzano inchieste di cronaca attraverso video, audio, testo, fotografie e animazione. E soprattutto, i diritti d’autore del libro saranno interamente devoluti all’istituzione del premio omonimo “Eretici digitali 2010″, mirato ad esaminare progetti di inchiesta che promuovono un uso innovativo di Internet. (<a href="http://www.ereticidigitali.it/">www.ereticidigitali.it</a>)</p>
<p>Massimo Russo, direttore di Kataweb.it testata del gruppo editoriale l’Espresso, è giornalista da vent’anni: ha trascorso i primi dieci nei quotidiani, i secondi on-line. Vittorio Zambardino, inviato di Repubblica per la cultura digitale; nel 1996-97 è stato ideatore, curatore ed in seguito anche publisher del sito Repubblica.it.</p>
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		<title>Eco Robot Carnivori</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jan 2010 23:53:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anita Berni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[carnivori]]></category>
		<category><![CDATA[lampshade robot]]></category>
		<category><![CDATA[robot]]></category>

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		<description><![CDATA["Lampshade Robot": il design dei robot carnivori cattura-insetti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Strana ultimamente la vita dei robot. Nel tentativo di emulare gli uomini ed ingraziarseli si fanno davvero in quattro! Diventano insegnanti, attori, imparano a convivere insieme agli umani, fanno i sentimentali… insomma le stanno provando proprio tutte. Manca solo che inizino a dormire e a mangiare. Anzi, mancava!</p>
<p>Oggi grazie ad un progetto ideato dai designer James Auger, Jimmy Loizeau e Alexandar Zivanovic, <span style="color: #000000;"> </span>sono apparsi 5 robot domestici molto particolari. Sono carnivori, e mangiano per creare energia da usare in qualcosa di utile. Il progetto iniziale era infatti quello di costruire “eco-robot” che avessero l’apparenza di oggetti di design e che riuscissero a trasformare materiale organico in energia. E così è stato perché il design studiato per loro gli permette di essere dei “camaleonti tecnologici”.</p>
<p>Si camuffano con l’arredamento per riuscire a catturare senza pietà le vittime e, a quel punto, rivelano le proprie potenzialità nascoste. Il “Lampshade Robot” è una trappola mortale per tutti gli insetti volanti: attira gli ospiti sgraditi con la luce e se entrano ignari attraverso i fori nel paralume rimangono intrappolati cadendo nella cella sottostante, che li ricicla in forma di energia. Questa viene poi usata per alimentare i LED della lampada, che si azionano quando le altre luci della casa sono spente.</p>
<p>Per approfondire il tema dei robot eco-friendly fate un salto sul sito<a href="www.ecofriend.org"> </a><a href="http://www.ecofriend.org/">EcoFriend.org,</a> che ha pubblicato una lista dei 10 robot più ecologici fino ad ora concepiti&#8230; davvero geniali!</p>
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		<title>Michael Moore &#8211; Capitalism a love story</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Dec 2009 13:58:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anita Berni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e Spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
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		<category><![CDATA[story]]></category>

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		<description><![CDATA[Micheal Moore celebra il suo anniversario dopo vent’anni di carriera registica, mostrando la situazione disastrata che le corporations hanno causato alla vita quotidiana degli americani.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il film-documentario che traduce sul grande schermo l’analisi del regista sulla situazione economica americana. <strong>Micheal Moore</strong> celebra il suo anniversario dopo vent’anni di carriera registica, mostrando la situazione disastrata che le corporations hanno causato alla vita quotidiana degli americani.</p>
<p>Ancora una volta il regista riesce a mostrare le contraddizioni di un paese democratico, innamorato della propria immagine. Quello che scopre sono dei sintomi fin troppo familiari di un amore finito male: bugie, maltrattamenti, tradimenti&#8230; e 14.000 posti di lavoro persi ogni giorno. Un film arrabbiato ed indignato, ma anche rivelatore e pieno di buono umorismo.  ‘<em>Capitalism: A Love Story</em>’ rappresenta una summa delle precedenti opere di Moore, ma è anche uno sguardo su un futuro nel quale una speranza è possibile.</p>
<p>E&#8217; il tentativo estremo di Michael Moore di rispondere alla domanda che si è posto in tutta la sua carriera di regista: chi siamo e perché ci comportiamo in questo modo?</p>
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		<title>L. Raffaelli &#8211; Tratti &amp; Ritratti</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Nov 2009 17:30:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anita Berni</dc:creator>
				<category><![CDATA[laLIBRERIA]]></category>
		<category><![CDATA[alan ford]]></category>
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		<category><![CDATA[zio paperone]]></category>

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		<description><![CDATA[Da Alan Ford a Zagor, passando per Zio Paperone, Corto Maltese, Spiderman, i Simpsons e Dylan Dog]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>[Ed. Minimum Fax]</strong></p>
<p>Da Alan Ford a Zagor, passando per Zio Paperone, Corto Maltese, Spiderman, i Simpsons e Dylan Dog. Sono 78 i ritratti sui grandi del fumetto italiano e mondiale, un dizionario a cura del massimo esperto italiano di comics e cartoons, che propone al lettore storie, dati, informazioni di base e soprattutto, rivelando uno sguardo che tocca anche i lati poetici, filosofici, oltre che estetici, di ogni striscia di ogni eroe raccontato.</p>
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		<title>Vignarca e Paolicelli  &#8211; Il Caro Armato</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Nov 2009 17:24:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anita Berni</dc:creator>
				<category><![CDATA[laLIBRERIA]]></category>
		<category><![CDATA[armato]]></category>
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		<category><![CDATA[paolicelli]]></category>
		<category><![CDATA[vignarca]]></category>

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		<description><![CDATA[Un libro di Massimo Paolicelli, giornalista che scrive di pace e obiezione di coscienza, e Francesco Vignarca]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>[Ed. Altraeconomia] <em> </em></strong></p>
<p>Mentre infuria la crisi economica e i tagli calano su scuola, servizi e beni pubblici l’unico, o uno dei pochi settori mai in crisi, è quello dell’industria bellica. Gli autori ci portano in un viaggio, senza speranza e forse senza ritorno, tra spese affari e sprechi delle forze armate italiane.</p>
<p>Qualche numero: nel 2010 le spese militari lasceranno sul terreno dei conti pubblici oltre 23.500 milioni di euro. Il nostro paese, oggi all’ottavo posto al mondo per spese militari, ha più di trenta missioni internazionali in corso, e nei prossimi anni ha in programma di acquistare, per citare solo uno dei progetti sui cosidetti “sistemi d’arma”, 131 cacciabombardieri per 13 miliardi di euro.</p>
<p>Un libro di Massimo Paolicelli, giornalista che scrive di pace e obiezione di coscienza, presidente di ‘Associazione Obiettori Non Violenti’ e Francesco Vignarca, coordinatore di ‘Rete Italiana per il Disarmo’.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Samuel Maoz &#8211; Lebanon</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Nov 2009 13:43:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anita Berni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e Spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Lebanon]]></category>
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		<category><![CDATA[Samuel]]></category>
		<category><![CDATA[venezia]]></category>

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		<description><![CDATA[Il film di Samuel Maoz che ha vinto il Leone D’oro alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il film è ambientato durante la Prima guerra del Libano, nel giugno 1982. Quattro ragazzi appena usciti dall’addestramento si trovano nel mezzo della guerra, reclutati per varcare la frontiera libanese, chiusi in un carro armato, con il compito di perlustrare una cittadina bombardata dall’aviazione israeliana.</p>
<p>Accade però che i giovani soldati perdono il controllo del carro e della missione; si ritrovano così intrappolati nel centro della città, senza poter comunicare con il comando centrale e circondati dalle truppe siriane nemiche.</p>
<p>Il film di Samuel Maoz che ha vinto il Leone D’oro alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia è autobiografico, il regista ha cercato di riprendere quanto realmente vissuto da ragazzo e trasformare il tutto in un film avvincente e drammatico, che fa riflettere sulla vita dei giovani soldati che non scelgono di essere eroi di guerra, che vivono e vedono una realtà atroce, alla quale non vogliono sacrificare le loro vite.</p>
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