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	<title>Aquattro &#187; laLIBRERIA</title>
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	<description>blog di informazione gestito dallo staff di Rock in Rolo ONLUS</description>
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		<title>Ikea. La casa che piace a tutti (o quasi)</title>
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		<pubDate>Mon, 31 May 2010 07:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anita Berni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
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		<description><![CDATA[Luci ed ombre dell'impero Ikea. Qualche considerazione sul mercato del mobile globalizzato, nata dalla lettura del libro "Ikea. Che cosa nasconde il mito della casa che piace a tutti?"]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } -->Benvenuti nel fantastico mondo Ikea. Una realtà fatta di pacchi, mobilia a basso costo, ristoranti e alimenti svedesi, aree giochi e piscine di palline di plastica dove “parcheggiare” i bambini. L<strong>&#8216;</strong>Ikea<strong> </strong>che tutti noi conosciamo è un enorme capannone blu che si impone su intere zone industriali, o meglio, una meta ambita da tantissime famiglie, che amano trascorrervi i fine settimana. La stessa del catalogo che ha fatto più fortuna della Bibbia in fatto di diffusione. Esatto! Il magazine firmato Ikea è la pubblicazione distribuita nel maggior numero di copie al mondo. Ciascun numero raggiunge le 160 milioni di stampe, in decine di lingue diverse. Ma il mondo Ikea è soprattutto quello dei 250 magazzini finora costruiti in 44 differenti nazioni e dei suoi 120mila dipendenti. E&#8217; un universo a più dimensioni, costellato da storie diverse e caratterizzato da molteplici aspetti .</p>
<p>Come raccontato nel libro <a href="http://www.ecoblog.it/post/4563/ikea-il-mito-della-casa-che-piace-a-tutti">“Ikea. Che cosa nasconde il mito della casa che piace a tutti?”</a> sono tanti i punti di forza delle politiche Ikea e tanti anche i punti di debolezza. Un testo che parla a tutti in modo intelligente e critico, fuori dal coro, che descrive i comportamenti di un gruppo imprenditoriale che si presenta come eticamente corretto, eclissando alla visione del grande pubblico il “lato oscuro” che rimanda alle responsabilità sociali ed ambientali della holding.</p>
<p>Prima di essere una multinazionale, <strong>Ikea è anche una filosofia, un&#8217;esperienza collettiva, uno strumento di omologazione, per molte persone addirittura un mito</strong>. Chiunque ha dentro casa almeno un suo prodotto. Con una straordinaria gestione della comunicazione, il gigante svedese si è infatti costruito un “capitale simpatia” che nessun&#8217;altra multinazionale può vantare.</p>
<p>Per Ikea lavorano più di <strong>1500 aziende </strong>che con i loro prodotti riempiono gli scaffali del megastore del gruppo. Tuttavia, la lista dei fornitori rimane oggi segreta<strong> </strong>ed è consuetudine della multinazionale del mobile pubblicare solo la provenienza dei prodotti finiti: alla Cina va il podio in fatto di approvigionamento di materiali, seguita da Polonia ed Italia. Esatto, proprio così. Il nostro paese si aggiudica il terzo posto della classifica, con 60 fornitori e un indotto che impiega nel business del mobile più di 1400 persone. Un ringraziamento particolare va ai consolidati rapporti che il gigante finanziario intrattiene con il cosiddetto “Triangolo della Sedia” in Friuli-Venezia Giulia, grazie alla Bormioli Rocco (che realizza accessori per la casa in plastica e vetro) e al gruppo Natuzzi (quello di Divani &amp; Divani), giusto per citarne alcuni. Dal 2000 il gruppo svedese si è anche dato un codice per i suoi fornitori. L&#8217;obbiettivo è garantire che il prezzo basso delle merci non sia il risultato di condizioni sociali ed ambientali inaccettabili. “La nostra rete di produttori in Italia è importantissima” &#8211; spiega Simona Scarpaleggia, vice amministratore delegato di Ikea Italia &#8211; “la penisola è il terzo Paese produttore di Ikea mentre è il sesto venditore. In pratica vendiamo in Italia meno di quanto non acquistiamo.”</p>
<p>Degni di nota sono anche gli <strong>aspetti gestionali dell&#8217;azienda</strong>. Quando vengono a galla dei problemi la risposta dell&#8217;ufficio marketing è immediata. Naturalmente, anche lo schema utilizzato dai responsabili d&#8217;ufficio segue un modello consolidato: l&#8217;azienda si fa carico dell&#8217;errore, ne minimizza la portata, reagisce e dispone le soluzioni. A volte addirittura occupando lo spazio critico che si è creato, stringendo accordi con l&#8217;accusa e quindi, limitando il dissenso.</p>
<p>Sul fronte del lavoro vari reportage giornalistici hanno scoperto bambini che lavoravano per i subcontrattisti Ikea di India, Vietnam, Filippine e Pakistan, in condizioni disumane. Alcuni addirittura incatenati ai macchinari, lavorando per 15 ore al giorno, per 36 euro al mese, senza straordinari pagati o qualsivoglia diritto sindacale, costretti persino a dormire sul posto di lavoro. <strong>Qual&#8217;è dunque l&#8217;Authority che si assume l&#8217;incarico di sorvegliare l&#8217;operato delle filiali?</strong> Il controllo di queste aziende viene effettuato dal Compliance and Monitoring Group della stessa Ikea e ovviamente, si tratta del solito meccanismo del controllato e controllore allo stesso tempo.</p>
<p>In seguito alle prime accuse, portate dai media all&#8217;attenzione di tutti, la reazione dell&#8217;azienda è stata istantanea. Il gruppo ha stretto un accordo con l&#8217;Unicef, lanciando l&#8217;Ikea Social Initiative, ma soprattutto donando in beneficenza all&#8217;associazione 180 milioni di dollari. Il marchio Unicef è così comparso sul sito Ikea con la descrizione del programma: istruzione per 180mila bambini, 290mila persone vaccinate, opportunità economiche sostenibili per 22mila donne. Un progetto partito dall&#8217;India e recentemente esteso al resto dell&#8217;Asia e dell&#8217;Europa orientale (paesi cioè, produttori della merce Ikea). Per ogni lampada solare “Sunnan” venduta da Ikea, una viene regalata all&#8217;Unicef per far studiare i bambini che non hanno elettricità. In più, vengono donati all&#8217;associazione due euro per ogni pupazzo “Brum” venduto. Stesso discorso per Save the Children: 500mila dollari per costruire 22 asili in Kosovo. Ed ancora, identico discorso per Medici senza Frontiere: 92mila euro versati all&#8217;associazione grazie alla possibilità di vendere prodotti con il proprio marchio e i 2 euro di ogni “menù bambino” cucinato nei ristoranti della catena.</p>
<p>Pesante, anche la questione ambientale. E&#8217; normale prassi di Ikea<strong> auto-certificare i risultati ambientali ottenuti</strong>. I dati non sono pubblici e quindi, le rilevazioni legate all&#8217;impatto ambientale sono segretissime. Ad avvicinarsi a questi aspetti gestionali del colosso del mobile si ha il sospetto di respirare (anche qui come altrove) un&#8217;aria, in qualche misura, viziata. In aggiunta, anche il fatto che l&#8217;ufficio ambientale sia posto direttamente alle dipendenze dell&#8217;ufficio marketing aziendale permette di coltivare qualche dubbio. Tuttavia il problema maggiore rimane la provenienza del legno, certamente il materiale più usato per i mobili Ikea, che si attesta arrivi dai boschi dell&#8217;Europa dell&#8217;Est e della Cina. Solo nel 2005 Ikea ha utilizzato 640mila metri cubi di <strong>legno di “provenienza ignota”</strong>, non controllato. Per l&#8217;Environmental Investigation Agency (gruppo internazionale indipendente che conduce inchieste sui reati ambientali) Ikea, soprattutto in Cina, continua a usare legno tagliato illegalmente.</p>
<p>Ancor più preoccupanti le notizie che arrivano dagli U.S.A. Da qualche anno infatti il colosso del mobile si oppone attivamente alle leggi che, a partire dal 18 Novembre 2008, vietano l&#8217;importazione di legno ricavato dalle deforestazioni illegali. La normativa sancisce che tutte le importazioni di legname dirette agli Stati Uniti debbano essere accompagnate da una chiara dichiarazione di origine. Anche la multinazionale si è ritrovata dunque costretta a documentare, certificare e tracciare tutta la filiera di fornitura. Ma mentre molte aziende si sono adeguate subito alle nuove regole, Ikea ha dichiarato a voce alta: “non è realistico riuscire a garantire la rintracciabilità di questo prodotto lungo l&#8217;intera catena di fornitura”. Il primo Giugno 2009 arriva poi <strong>l&#8217;inchiesta “Amazzonia che macello!” di Greenpeace.</strong> L&#8217;associazione ambientalista denuncia che i divani in pelle Ikea vengono prodotti con gli allevamenti illegali di bovini, documentando “un impatto devastante sull&#8217;ultimo polmone del mondo” con la richiesta di “interrompere immediatamente l&#8217;utilizzo di pelle che viene dalla distruzione della foresta amazzonica”. Ikea sarebbe complice silenziosa di tale emergenza ambientale, immischiata negli stessi affari di Adidas, BMW, Geox, Chateau d’Ax, Carrefour, EuroStar, Ford, Honda, Gucci, Kraft, Cremonini, Nike, Tesco, Toyota e Wal-Mart. (per saperne di più sull&#8217;argomento segnalo un interessante articolo sul blog di Beppe Grillo: “<a href="http://www.beppegrillo.it/2009/06/le_vacche_e_lam.html">le vacche e l&#8217;Amazzonia</a>”)</p>
<p>Una cosa però sui punti vendita Ikea bisogna dirla: usano molto le energie rinnovabili e l&#8217;azienda vuole portare al 100% questo tipo di approvvigionamento. Per la multinazionale significa prima di tutto risparmio sulle bollette, fattore utile ad ingrassare ben bene le casse dell&#8217;impresa. E su questo, come darle torto&#8230;</p>
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		<title>Sara Yalda &#8211; Il paese delle stelle nascoste</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 17:02:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Aquattro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Emozionante narrazione autobiografica firmata da Sara Yalda, giornalista francese de 'Le Figaro', nata in Iran nel 1968.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Edizioni Piemme]</em></p>
<p>Questa è la storia di Afsaneh, una bambina scappata dall&#8217;Iran durante la rivoluzione islamica, che ha abbandonato buona parte della propria famiglia per trasfersi a Parigi con la madre. Afsaneh ora si chiama Sara, è cambiata, è cresciuta, vive una vita felice, ha due figli ed un lavoro che le dà soddisfazioni.  Adeguarsi all&#8217;occidente, conformarsi alla cultura di adozione: è quello che decide di fare per diventare parte integrante del nuovo tessuto sociale.</p>
<p>Dopo ventisette anni, Sara decide di ritornare in Iran. Si serve delle poche fotografie conservate e delle rare lettere ricevute, per ristabilire un contatto con le persone ed i luoghi da tempo abbandonati. Ma quello che trova, è un paese che non riconosce più. La sua città natale non è più la cittadina cosmopolita che ricordava. Tehran si è trasformata in una città sporca ed inquinata, una metropoli. Oggi, quasi il 70 per cento degli iraniani vive in città. La migrazione interna (non solo verso Teheran ma anche verso altri grandi centri urbani) ha  accelerato la crescita delle università di Isfahan, Tabriz, Mashad e Shiraz. Il periodo post-rivoluzionario ha visto l’educazione espandersi, le donne entrare in gran numero nella forza-lavoro, ha visto cambiare l’istituto del matrimonio e addirittura quello del divorzio.</p>
<p>Tuttavia, ciò che caratterizza l&#8217;Iran sono le sue enormi contraddizioni. In questo ricco romanzo-reportage, Sara Yalda evoca l&#8217;immagine di una nazione che rimane superficialmente legata ai propri precetti fondamentalisti a cui, in realtà, finisce per trasgredire. I giovani organizzano feste, guardano film occidentali, ascoltano musica proibita e bevono alcolici, mentre le donne sotto il velo indossano abiti da sera e minigonne, si truccano, discutono del regime e resistono. Questo è il paese in cui una donna non può guidare la moto, ma può sedere in Parlamento. Durante gli ultimi anni, in Iran molte donne sono diventate attiviste politiche, si sono fatte protagoniste delle proteste in piazza, ma rischiano la lapidazione solo se accusate di adulterio, rischiano una pena di 70 frustate e l&#8217;umiliazione del controllo dell&#8217;imene se sorprese dalla polizia a bere champagne ad una festa. Incontrando le sorelle di Sara, seguendo il viaggio tra mercati e piazze di scuole coraniche, tra feste clandestine e cene di famiglia, è possibile capire quanto siano numerosi i paradossi legati al mondo femminile iraniano.</p>
<blockquote><p>«Nascondersi sotto un velo non è un gesto qualsiasi. Si diventa davvero qualcun altro. Soprattutto negli ambienti poveri. Tutto il santo giorno si ascolta la solita solfa: l’uomo non deve guardare la donna, e alla donna è proibito provocare l’uomo. Ma siccome la maggior parte degli uomini non riesce a tenere a bada le proprie pulsioni, la loro violenza repressiva cade sulle donne. In pratica, il sesso diventa un’ossessione»</p></blockquote>
<p>Con gli occhi di una donna ormai straniera al suo paese, Sara Yalda, cerca di decifrare l&#8217;Iran. E lo fa magnificamente, in modo semplice, senza rimpianti, riscoprendo il proprio passato grazie ad una inevitabile riflessione sul proprio presente.﻿</p>
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		<title>Juliet Lac &#8211; Figlia della guerra</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 13:08:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione Aquattro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[asilo politico]]></category>
		<category><![CDATA[figlia della guerra]]></category>
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		<description><![CDATA[[Edizioni Piemme]
Juliet Lac era una ragazzina quando suo padre, alcolizzato e violento, venne ucciso durante la guerra in Vietnam. Nel libro racconta come la madre fuggì dai Viet Cong e lottò per la sopravvivenza sotto il regime che seguì alla guerra. E&#8217; un coinvolgente racconto personale fatto di impressioni visive, odori ed emozioni. La scrittrice [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Edizioni Piemme]</em></p>
<p>Juliet Lac era una ragazzina quando suo padre, alcolizzato e violento, venne ucciso durante la guerra in Vietnam. Nel libro racconta come la madre fuggì dai Viet Cong e lottò per la sopravvivenza sotto il regime che seguì alla guerra. E&#8217; un coinvolgente racconto personale fatto di impressioni visive, odori ed emozioni. La scrittrice (che ricostruisce la vicenda dal suo attuale punto di vista di quarantenne cittadina degli Stati Uniti) non si presenta come una nobile eroina ma piuttosto come una ragazza &#8220;brutta&#8221; e goffa, con un carattere forte ed un irriducibile senso dell&#8217;ingiustizia. Il racconto della fuga dal Vietnam insieme a migliaia di altri reduci, l&#8217;incubo del viaggio sul &#8220;barcone dei disperati&#8221;, il naufragio e la cruda esperienza del campo profughi, stimolano il lettore a &#8220;riempire gli spazi&#8221;  dedicati alle sensazioni, con riflessioni profonde sulla condizione dei migranti e soprattutto, delle donne.</p>
<p>Juliet Lac fa i conti con il lascito della sua infanzia. Lotta per denunciare il tradizionale ruolo sottomesso della donna nella cultura vietnamita, confrontando con onestà il proprio vissuto a posteriori, in Francia e negli Stati Uniti. Combatte contro le tradizioni che si impongono alla figura femminile, ricercando lungo proprio cammino la strada migliore da seguire, perchè nei ricordi la speranza diventa realtà, e l&#8217;asilo politico l&#8217;unica salvezza. Una storia che arricchisce, in una scrittura satura di poesia, passione, ritmo e consapevolezza.</p>
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		<title>M.Russo e V.Zambardino &#8211; Eretici Digitali</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Feb 2010 09:00:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anita Berni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ed. Apogeo - Eretici Digitali: la rete è in pericolo, il giornalismo pure. Come salvarsi con un tradimento e dieci tesi. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>[Edizioni Apogeo]</strong></p>
<p>Due giornalisti alle prese con l’annosa questione del futuro del giornalismo. Quali opportunità può offrire il Web alla professione, alla collettività ed alla democrazia? Il giornalismo online si sostituirà definitivamente ai giornali cartacei? E con quali soldi verrà finanziato?</p>
<p>Interrogativi non da poco, su cui tanti ragionano, ma nessuno, né fra i media mainstream tradizionali né fra blogger o testate web, ha trovato ancora la risposta. Qui i due autori propongono dieci tesi: cominciando da i media sono in crisi “ma forse non vale la pena di esultare” parlano di innovazione tecnologica, sicurezza del web, controllo, censura, pubblicità,  video riproducibili da chiunque, Habeas data, populismo digitale e proprietà intellettuale.</p>
<p>Dieci eretiche tesi riassumibili in un solo concetto: il digitale è un “nuovo universo” che, appena arrivato, rischia già di scomparire. Ingoiato dall’establishment, normato da una politica letteralmente “ignorante”, condizionato e riconquistato da vecchi e nuovi padroni doganieri, Il digitale potrebbe forse salvarsi alleandosi con il caro e vecchio giornalismo, inteso non come industria, ma come eccellenza professionale, come cane da guardia del potere, come pratica e cultura del Racconto.</p>
<p>In attesa di risposte, i due autori hanno anche istituito un premio di &#8216;giornalismo 2.0&#8242; per reporter under 35 che realizzano inchieste di cronaca attraverso video, audio, testo, fotografie e animazione. E soprattutto, i diritti d’autore del libro saranno interamente devoluti all’istituzione del premio omonimo “Eretici digitali 2010″, mirato ad esaminare progetti di inchiesta che promuovono un uso innovativo di Internet. (<a href="http://www.ereticidigitali.it/">www.ereticidigitali.it</a>)</p>
<p>Massimo Russo, direttore di Kataweb.it testata del gruppo editoriale l’Espresso, è giornalista da vent’anni: ha trascorso i primi dieci nei quotidiani, i secondi on-line. Vittorio Zambardino, inviato di Repubblica per la cultura digitale; nel 1996-97 è stato ideatore, curatore ed in seguito anche publisher del sito Repubblica.it.</p>
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		<title>L. Raffaelli &#8211; Tratti &amp; Ritratti</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Nov 2009 17:30:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anita Berni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da Alan Ford a Zagor, passando per Zio Paperone, Corto Maltese, Spiderman, i Simpsons e Dylan Dog]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>[Ed. Minimum Fax]</strong></p>
<p>Da Alan Ford a Zagor, passando per Zio Paperone, Corto Maltese, Spiderman, i Simpsons e Dylan Dog. Sono 78 i ritratti sui grandi del fumetto italiano e mondiale, un dizionario a cura del massimo esperto italiano di comics e cartoons, che propone al lettore storie, dati, informazioni di base e soprattutto, rivelando uno sguardo che tocca anche i lati poetici, filosofici, oltre che estetici, di ogni striscia di ogni eroe raccontato.</p>
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		<title>Vignarca e Paolicelli  &#8211; Il Caro Armato</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Nov 2009 17:24:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anita Berni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[vignarca]]></category>

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		<description><![CDATA[Un libro di Massimo Paolicelli, giornalista che scrive di pace e obiezione di coscienza, e Francesco Vignarca]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>[Ed. Altraeconomia] <em> </em></strong></p>
<p>Mentre infuria la crisi economica e i tagli calano su scuola, servizi e beni pubblici l’unico, o uno dei pochi settori mai in crisi, è quello dell’industria bellica. Gli autori ci portano in un viaggio, senza speranza e forse senza ritorno, tra spese affari e sprechi delle forze armate italiane.</p>
<p>Qualche numero: nel 2010 le spese militari lasceranno sul terreno dei conti pubblici oltre 23.500 milioni di euro. Il nostro paese, oggi all’ottavo posto al mondo per spese militari, ha più di trenta missioni internazionali in corso, e nei prossimi anni ha in programma di acquistare, per citare solo uno dei progetti sui cosidetti “sistemi d’arma”, 131 cacciabombardieri per 13 miliardi di euro.</p>
<p>Un libro di Massimo Paolicelli, giornalista che scrive di pace e obiezione di coscienza, presidente di ‘Associazione Obiettori Non Violenti’ e Francesco Vignarca, coordinatore di ‘Rete Italiana per il Disarmo’.</p>
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